PSICOLOGIA : PSICOGENESI DEI SINTOMI NEL PASSEGGERO DEL VOLO IN PARAPENDIO BIPOSTO

PSICOGENESI DEI SINTOMI NEL PASSEGGERO DEL VOLO IN PARAPENDIO BIPOSTO . . .  E’ POSSIBILE PREVENIRLI ?   COME AFFRONTARLI ?

di Angelo Garavaglia, pilota abilitato al volo con passeggero, psicologo psicoterapeuta, direttore sociale della asl della provincia di Sondrio

Circa dieci anni fa ho cominciato a fare i primi studi sperimentali di psicologia del volo. La mia intenzione iniziale era di validare un test (il fly mental health questionnaire) con valore predittivo sulla carriera di pilota, oltre che raccogliere informazioni sulla risonanza intima dell’esperienza di volo. Con l’aiuto dell’amico Angelo Cardillo, genio del web ed ottimo pilota, ho postato sul mio sito www.azzurroticino.it una batteria di test, e oltre 400 piloti hanno partecipato allo studio.Per inciso, se sei un pilota e se puoi dedicarmi mezz’ora del tuo tempo, anche oggi puoi partecipare a questa ricerca . . .

Lo studio, oltre a validare il questionario, mi ha permesso di cominciare a dare delle risposte alle domande che molti si fanno . . . Perché il 50% dei piloti brevettati smette l’attività nel primo anno ? Perché su 10 vololiberisti, 9 sono maschi ? Che rapporto c’è tra volo e regolazione della produzione di adrenalina ? Che benefici può dare l’esperienza di volo nella cura di malanni fisici o psicologici ?

Per chiudere la ricerca e cominciare a pubblicare su riviste scientifiche avrei bisogno di più tempo e di uno sponsor che mi finanzi i dosaggi ormonali a cavie prima e dopo il volo. Penso tuttavia che dovrò rassegnarmi ad aspettare la pensione . . . Se e quando me la daranno . . .

. . . Ma qualcosa ho già cominciato a fare, sperimentandolo con i passeggeri che porto in volo con me . . . Riesco a predire con buona approssimazione se un passeggero presenterà sintomi, fornisco delle buone ragioni per affrontare comunque il volo, anche se non sarà una esperienza del tutto piacevole, ho messo a punto dei validi antidoti per diminuire la sintomatologia e, nonostante il malessere patito, spesso riesco a convincere a tornare a volare per portare a termine la cura.

Ma andiamo con ordine . . . Quali sono i sintomi che ogni pilota di parapendio biposto ha osservato mediamente in un passeggero su 4 ? Si tratta di una sequenza che parte delle vertigini e può concludersi nello svenimento psicogeno passando per la nausea, l’alessitimia e il vomito . . .

I sintomi si intensificano con il guadagno quota. Per questo molti bipostisti professionisti non accennano neanche a sfruttare le termiche e, alla prima avvisaglia di malessere cercano di scendere il più velocemente possibile.

Il volo, che nell’aspettativa del passeggero dovrebbe essere una esperienza di gioia, in sicurezza, rischia di trasformarsi in un evento da dimenticare.

Ma è possibile evitare questa drammatica conclusione ?

Per capire il da farsi dobbiamo fare una premessa. Uno degli esiti più promettenti del mio studio dimostra che, mentre la parte cosciente del cervello rappresenta il volo come il proprio corpo che si invola appeso a un’ala che obbedisce al teorema di Bernoulli, la parte inconscia invece, gli strati più profondi, attraverso il volo, risperimentano dal punto di vista del carico ormonale, della cenestesi, della propriocezione e della concatenazione simbolica quello che è avvenuto quando siamo nati .

Si tratta di una “reinfetazione”, di una rinascita, di un “rebirthing” . . . Ma a differenza della psicanalisi in cui il processo è lungo – doloroso e costoso, con il volo si attua in una sola seduta – resta molto doloroso se non viene anticipato, spiegato e in qualche modo governato . . . per quanto riguarda il costo non c’è paragone . .

Certo, il pilota per poterne parlare, deve sapere prima lui quello che va scatenando nel cervello del suo passeggero e, soprattutto se vuole portarlo in alto, avvertirlo di quello che può accadere, del perché accade, e di come affrontare l’eventualità e per finire dei benefici che può avere se è disposto ad affrontare la sofferenza e arrivare a vincerla (in una, 2 o 3 sedute)

Potremmo avere in mano la chiave non solo per percorrere tanta strada in poco tempo (il volo è nato per questo) ma, se lo applichiamo alla clinica psicologica, per rielaborare il trauma da parto in poche sedute . . .

Una vera e propria rivoluzione . . .

Non posso ovviamente fare qui un trattato, ma sulla base della divulgazione che ne è stata fatta negli ultimi decenni molti sanno che la psicodiagnosi psicanalitica si fonda sulla teoria del trauma : tanto più il trauma è precoce, tanto più la malattia è grave e la cura difficoltosa e dolorosa . . . I traumi nei primi momenti di vita sono i più complessi perché, anche se li vogliamo dimenticare, i neuroni ne conservano le tracce di memoria e la coscienza si organizza per allontanarsene attraverso un complesso sistema di difese . . .

Possiamo raffigurare i meccanismi di difesa come un sistema refrigerante : corrente elettrica che viene utilizzata per CONGELARE E INCISTARE queste tracce di memoria traumatica e per consentirci di vivere nonostante la loro esistenza.

La psicanalisi ci ha insegnato che finchè siamo giovani e abbiamo energie da vendere, possiamo permetterci meccanismi di difesa anche molto costosi . . . Purtroppo le energie che utilizziamo per “refrigerare” non le possiamo utilizzare per arricchire la nostra vita di relazione . . .

Il processo è assolutamente inconsapevole e automatico e noi ne vediamo solo gli effetti : se usiamo le nostre energie per “refrigerare” il trauma da parto non possiamo utilizzarle per godere dell’esperienza di volo . . .

Qualsiasi volo, ma soprattutto il volo senza la carlinga è uno “scongelatore” naturale del trauma da parto. Pensate al corto circuito che si scatena nei cervello dei nostri passeggeri . . . Per tenere refrigerato quello che si sta “scongelando”, senza accorgersi, pompano nel cervello una quantità esagerata di corrente, innescando di fatto un vero e proprio “collasso”. . .

Una rassicurazione : di questo “collasso” non è mai morto nessuno! Quando il cervello del passeggero arriva al punto di rottura, scatta un relais naturale che innesca lo “svenimento psicogeno”, un regolatore naturale che salvaguarda le funzioni vitali cardiache e respiratorie, spegnendo la coscienza . . .

Il pilota non deve spaventarsi . . . Imposta l’atterraggio . . . e l’unica precauzione, una volta atterrati, sdraia il passeggero possibilmente con le gambe in alto e la testa in basso infilando il proprio imbrago sotto le gambe del passeggero.

Breve inciso sui traumi e sulla loro risonanza intima

Mi hanno scritto alcuni colleghi per avere delucidazioni su che cosa si intende per trauma da parto . . . Cerco di chiarire . . . Sembra che venire al mondo sia una esperienza complessa per tutti . . . Riviviamo qualcosa di simile in tutti i momenti di passaggio della nostra vita : la notte prima degli esami . . .

Se l’esame ci va bene tutto il travaglio scompare . . . Resta una flebile traccia che si riattiva al prossimo evento critico . . .

Ma se l’esame va male, la traccia si trasforma in un solco . . . E le energie che ci dobbiamo mettere per affrontare quello successivo diventano sempre più importanti . . .

I traumi sono sempre dei fardelli pesanti da portare . . . L’unico antidoto conosciuto per curare il trauma è raccontarlo a qualcuno . . . E infatti ad ogni evento catastrofico, a fianco delle ruspe e degli ospedali da campo, si usa mandare squadre di psicologi volontari che “fanno parlare”.

Già a parlarne l’elaborazione è difficile ! Pensate a come è pesante un guaio che ci capita quando non sappiamo ancora parlare . . . Il cervello ha solo una via d’uscita : metterlo via e aspettare che si impari a parlare per elaborarlo . . .

Una volta si pensava che il cervello dei bambini funzionasse diverso : che il bambino non capisce . . . e quindi non soffre . . . La neuropsicobiologia ha dimostrato che i neuroni degli adulti e dei bambini sono abili a registrare qualsiasi evento . . . Il bambino ha, per ovvie ragioni, uno spazio di memoria maggiore (se il cervello fosse un computer diremmo che ha una memoria RAM con più giga liberi)

Secondo la psicanalisi però, quello che viene conservato nella mente, invece di rimpicciolirsi, si ingrossa . . . Il mondo di oggi per funzionare richiede sempre più energia . . . Ma se l’energia dentro il nostro cervello la utilizziamo per refrigerare i traumi non possiamo utilizzarla per il nostro successo! Per questo la scienza per scaricare i traumi diventa sempre più importante! Il risparmio energetico e l’uso di fonti rinnovabili è fondamentale nell’economia di una nazione come nell’economia interna di ciascun individuo . . .

Quando le cellule fotovoltaiche erano grosse e molto costose nessuno le metteva sul tetto. Adesso che sono più maneggevoli e ci sono anche agevolazioni fiscali il discorso cambia. . . Se troviamo un sistema più veloce ed economico per un rebirthing che non siano ore e ore sul lettino dello psicanalista e che sia alla portata di tutti, magari ne approfittiamo . . .

Il volo ha la potenzialità di scongelare e spedire verso la coscienza esperienze traumatiche precoci . . . Per fare degli esempi, pensiamo all’incazzatura che prova un feto quando la placenta della mamma smette di alimentarlo . . . l’ecografista si accorge e allora lo tirano fuori prematuro . . . Oppure condividere l’utero con un gemello che ti toglie spazio e cibo . . . Oppure soffocare appena nati per un cordone ombelicale intorno al collo . . . Oppure essere abbandonati dai propri genitori appena venuti al mondo . . .

Per tutti il parto è un trauma . . . Ma per qualcuno è più trauma . . . E sono proprio queste signore e questi signori trauma più che diventano sintomatici in volo con il parapendio biposto. . . E pensate che non sono proprio i più gravi . . . Quelli trauma +++ sono quel 30% della popolazione che rifiuta di volare anche nella carlinga e che costituiscono un serio problema per lo sviluppo dell’aviazione civile . . .  Ciascuno di noi può fare una semplice prova empirica per falsificare queste affermazioni : conosciamo qualcuno che non ha mai volato per il terrore di prendere un aereo ?  Oppure che ha volato una sola volta e ha deciso di chiudere con l’aviazione?  Se si, chiediamogli come è nato . . .

Pensate che per recuperare almeno una fetta dei tanti not flying le maggiori compagnie aeree organizzano corsi specifici, ma con risultati per loro stessa ammissione molto scarsi : rilassamento autogeno, condizionamento, accompagnamento.

Noi invece andiamo alla radice : non promettiamo al passeggero che non starà male. Gli diciamo perché sta male e gli garantiamo che se è disponibile a sopportare questa sofferenza porterà a casa un gran risultato . . Perché qualsiasi cura, anche la più blanda, comporta tempo e sofferenza !

Mentre vado con la navetta in decollo spiego al mio passeggero che ogni sport ha una componente di sfida alla ragione : per imparare lo sci verrebbe più rassicurante guardare verso monte, invece dobbiamo guardare a valle per piegare gli sci a monte . . . per imparare a nuotare dobbiamo mettere la testa sotto l’acqua e tenere gli occhi aperti . . . per imparare ad arrampicare dobbiamo guardare dritto e non giù . . .

Per il volo le sfide alla ragione sono almeno 2 contemporaneamente : La prima vincere quella mano invisibile che all’involo, invece di farci correre sul prato in leggera pendenza, ci blocca . . . La seconda è la sovrapproduzione di adrenalina, vicina ai livelli del parto che di fatto “scongela” le tracce di memoria del trauma . . .

E occorre avvisare il passeggero di entrambe . . . Chiedendo almeno al passeggero come è nato, se è nato da parto eutocico o distocico, prematuro,gemellare. . .

Ma la casistica non finisce qui. . . Fra i traumi, oltre a quelli di natura biologica, dobbiamo considerare anche quelli psicologici : a me è capitato ad esempio un grave malessere in volo da bambino abbandonato e adottato alla nascita che ha avuto vergogna di dirmelo prima.

Se c’è anche la più remota possibilità di sofferenza alla nascita, oltre a preavvertire il passeggero che potrebbero presentarsi dei sintomi che rischiano di rendere sgradevole l’esperienza di volo ma possono essere importanti, se affrontati, per la propria crescita personale, dobbiamo fornire al nostro passeggero/paziente alcuni strumenti per limitare la dirompenza sintomatica . . . Ma questo è un argomento che affronteremo in una prossima seduta . . .

Come prevenire e governare i sintomi in volo

Se mi avete seguito fin qui in questo commento dei dati sperimentali che ho raccolto, avrete senz’altro capito che il volo “scongela” il trauma da parto. . .

Anche senza avere fatto questi studi, ciascun praticante, di minima, da indicazioni ai propri passeggeri su accorgimenti da osservare prima del volo : gli diciamo di calzare scarponi che fasciano la caviglia per prevenire storte. . . gli diciamo, se possibile di “stare leggeri” col cibo. . . se soffre di “mal d’auto” o “mal d’aria” di aiutarsi con lo zenzero o con gomme da masticare o farmaci utilizzati abitualmente ma dietro prescrizione medica . . . assumere vitamine del gruppo B . . .

Per quanto mi riguarda, per mettere a punto antidoti efficaci ai malanni, una volta individuata la psicogenesi, ho osservato l’evento nascita per capire come il bambino risponde naturalmente e capire il perché di questi comportamenti . . .

Si è trattato quindi di osservare la nascita . . . Come risponde qualsiasi essere umano? Facile : piange . . . grida . . . Qualsiasi sia la risposta, funzionalmente sembra che l’organo che viene maggiormente sollecitato è il diaframma . . . Andrew Taylor Still, padre dell’osteopatia e grande conoscitore dell’anatomia umana, descrivendo il diaframma toracico disse: “Per mezzo mio vivete e per mezzo mio morite. Nelle mani ho potere di vita e morte, imparate a conoscermi e siate sereni”.
Sicuramente la frase di Still è di assoluto effetto e ci fa capire quanto il diaframma sia una parte fondamentale del nostro organismo.

Dobbiamo convincere il nostro passeggero a gridare . . . ma non un grido qualsiasi, di gola . . . dobbiamo convincerlo a gridare di pancia : se rivedete i vostri filmati vi accorgerete che ogni vostro passeggero l’ha fatto spontaneamente, nelle forme più diverse ma l’ha fatto . . . Si tratta di farlo nel modo più efficace perché si è capito che serve proprio questo per ottenere il massimo effetto curativo . . .

Vi sarete accorti che chi è candidato a diventare sintomatico diventa progressivamente muto . . . Magari in navetta continuava a parlare . . . Dall’involo in poi non spiaccica più una parola . . . Il trauma sta ritornando a dettare legge . . . Per questo, anche se non siete degli strizzarcervelli di professione dovete tenere pronto un armamentario di domande che obbligano il passeggero a parlare (da dove arrivi, quanti anni hai, scuola, lavoro, hobby,famiglia,amici,sport,vita sessuale…). Mi rendo conto, magari vi annoia, ma se non lo fate per autentico interesse antropologico, almeno fatelo per la scienza! Fate le domande a voce alta, e anche se avete capito la risposta fate finta di non aver sentito, così obbligate a ripetere a voce alta . . . Quanta è più alto il volume della voce, tanto più il diaframma si muove, tanto più riuscite a prevenire o governare i sintomi . . .

Non sfruttate le prime termiche che arrivano, ma, se possibile, “acclimatate” il passeggero veleggiando a quota decollo, e pre-concordate prima del decollo che, se solo a richiesta salirete di quota.

Tenete presente che, mentre il volo in discesa sollecita il sistema noradrenergico, il volo in salita sollecita il sistema adrenergico (per questo diventa più sintomatico il volo in parapendio rispetto al volo con il paracadute : in tutt’e due i casi si muove tanta adrenalina attraverso l’attività immaginativa che precede l’evento (tutti i passeggeri, chi più chi meno, riferiscono ansia anticipatoria). Il parapendio però può salire, senza carlinga e da soli (il passeggero non vede il faccione di nessun altro intorno a se’ . . .

Non bisogna avere schifo del vomito . . . Quando il conato diventa un evento possibile ci mettiamo di traverso rispetto alla direzione del vento e diciamo al passeggero di vomitare dalla parte sottovento . . . A me è capitato solo una volta di vedere un vomito “alimentare”, in una persona che aveva francamente ecceduto nel cibo e nell’alcool per cui erano riconoscibili gli spaghetti alla chitarra, lo spezzatino con i funghi e il vino rosso . . . In tutti gli altri casi si tratta di conato con nausea quasi a voler buttare fuori per via orale, ma non con parole, una grande pena, una grande sofferenza tutta interiore e inspiegabile . . .

Quando il sintomo compare, due sono le possibilità da lasciare al passeggero : o è lui stesso, convinto della necessità di elaborare fino in fondo il proprio trauma da parto a dirci di continuare . . . Oppure, sempre il passeggero ci dice che è venuto il momento di atterrare.

Possiamo considerare risolto il trauma da parto se il passeggero/paziente ci dice che vuole continuare : vuole finalmente guardare in faccia il fantasma piuttosto che tenerselo dentro o alle spalle . . . ma voi accetterete di continuare solo a patto che il passeggero non smetta mai di parlare o gemere . . .

Se ci dice che vuole andare in atterraggio lo assecondiamo : o scendiamo veloci di spirale o di orecchie per arrivare a terra il prima possibile, oppure, se siamo più clinici, continuiamo a far parlare o gemere con movimento di diaframma . . .

Sappiatemi dire come è andata . . . E buoni voli a tutti !

Grazie dell’attenzione !

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